VILLA FAVORITA E IL PACO SUL MARE

FONDAZIONE
ENTE VILLE VESUVIANE

È probabile che il primo nucleo della Villa Favorita fosse costituito dall'immobile e relativo fondo della famiglia Beretta, duchi di Simari e marchesi di Mesagne. Essa fu poi acquistata da Stefano Reggio Gravina, principe di Aci e di Campofiorito, Capitano Generale delle truppe di Carlo III, alla fine del suo regno.

L'acquisto da parte del principe di Aci coincise con una radicale trasformazione della struttura settecentesca: Fuga, incaricato dal principe di costituire un sito delizioso presso Portici, demolì la vecchia costruzione per edificarne una completamente nuova, conclusa nel 1768, anno in cui la villa ospitò i festeggiamenti per le nozze di Ferdinando IV e di Maria Carolina d'Austria. Il passaggio ulteriore della villa alla Corona segnò un'altra fase di ampliamento e miglioramento del complesso; fu allora che la villa assunse il nome di Favorita in onore alla regina, alla quale la residenza ricordava quella austriaca di Schonbrunn. Inizialmente la Corona destinò la villa ad accogliere l'Accademia dei Cavalieri Guardia-marina, scuola fondata da Carlo III, che vi rimase fino al 1799.

Nel 1802, il re Ferdinando IV vi approdò al ritorno dalla Sicilia, dove si era rifugiato in seguito all'occupazione francese. In questa occasione furono acquistati la casina ed il podere del barone Zezza ed aggiunti giardini e boschetti verso il mare, come testimonia la pianta di Francesco La Vega. L'acquisizione della casina apriva uno sbocco diretto sul mare e forniva un luogo di riposo dagli esercizi della caccia.
Questa struttura fu dunque dotata di un corpo loggiato verso il mare, mentre il piano nobile fu esteso a tutta la piattaforma basamentale. Inoltre stimati artisti la abbellirono con specchi boemi, vasi, pregiate stoffe di San Leucio, piante, statue e busti marmorei posti nel boschetto circostante.
Nel 1823 la Favorita divenne proprietà del Principe di Salerno, Leopoldo, cui si devono la costruzione dell'ala di ampliamento della villa sulla strada, affidata al Bianchi, e la realizzazione di nuove scuderie e depositi. Egli destinò il parco a luogo di giochi pubblici e di esercizi di ginnastica, aprendo così per la prima volta al pubblico il complesso settecentesco.

Alla sua morte, avvenuta nel 1851, il parco e gli immobili ricevettero il loro assetto definitivo, a partire dai lavori intrapresi nel 1854, quando la villa ritornò nelle proprietà reali. Seguì una lunga fase di restauri e modifiche per ripristinare la Favorita come sede stagionale di soggiorno per la famiglia reale. La villa si abbellì di stucchi di tipico gusto ottocentesco ed il parco di festoni, di teste di cavalli e di leoni, di mascheroni e pagode, attorno alle quali si riuniva il popolo nei giorni di apertura al pubblico. In questo periodo fu dipinta la scena di pesca nella volta affrescata della stanza in cima alla gradinata della sala adibita ad udienza ed oratorio. Le prime sale d'entrata furono ornate dalle tele dipinte da Federico Hackert, primo pittore di paesaggi, cacce e marine della Corte reale. Il piano rialzato presentava, nell'ala destra, un soffitto affrescato, opera di Crescenzo Gamba ed, al piano superiore, la sala ellittica offriva pareti azzurre e stucchi in bassorilievo. Da questa si accedeva alla sala cinese, così definita per le decorazioni, i mobili, le pitture murali di personaggi a grandezza naturale che ricordavano la Cina. Di grande pregio la scalinata semicircolare che, dal terrazzo del primo piano, degradava verso il cortile prospiciente il bosco. Dopo la caduta di Borboni, la villa passò al Demanio del nuovo stato unitario: iniziò così un lungo periodo di decadenza. I quadri di Hackert furono portati a Caserta, il pavimento romano a Capodimonte, i medaglioni di Maria Carolina ed il lampadario di cristallo andarono perduti. Nel 1879 la villa fu acquistata da Ismail Pascià, viceré egiziano, che vi abitò con la sua corte e che decorò alcuni ambienti con gusto arabo. La principessa di Santobuono, divenuta proprietaria nel 1893, riaprì al culto la cappella della fabbrica. Nel 1936 si insediarono un Istituto Militare e, dopo il secondo conflitto mondiale, i Salesiani di Don Bosco. Successivamente, la Favorita ha ospitato un battaglione mobile dei Carabinieri ed è divenuta poi sede della Scuola di Formazione e Aggiornamento della Polizia Penitenziaria. La struttura planimetrica dell'edificio si discosta da quella di tutte le altre strutture settecentesche: la facciata non presenta lungo l'asse centrale aperture che consentano una comunicazione prospettica dalla strada con il parco; i cortili sono due, simmetrici e spostati sulle ali; il corpo centrale si protende verso il mare, concludendosi al piano rialzato con un terrazzo, posto in cima alla scalea semicircolare. Il nucleo dell'edificio rimane dunque isolato dal traffico delle carrozze e dei pedoni.

Di chiara ascendenza tardo barocca sono invece lo spazio ellittico del salone inferiore, comunicante con il parco, le scalinate sui fianchi ed i quattro balconcini che vi si affacciano. I prospetti esterni sono scanditi da un doppio ordine di lesene: la parte inferiore determina gli spazi dove si collocano le aperture del seminterrato e i balconi del primo piano, quello superiore fiancheggia le aperture del secondo piano e le finestre del piano attico. Il parco della villa è organizzato sull'asse di un grande stradone che conduce al litorale. Questo si conclude in due figure semicircolari: la scalea sul fronte posteriore dell'edificio rispetto alla strada, accesso principale per i visitatori, e la terrazza antistante la spiaggia, fiancheggiata da due piccoli edifici destinati a padiglioni da giardino, opera di Ferdinando Fuga. Lo stradone, da cui partono due viali laterali conclusi da piccoli corpi di fabbrica, costituisce una prima area del parco; la seconda, caratterizzata da un bosco, era destinata alla caccia ed alla coltivazione. La zona del parco era abbellita da busti marmorei, spalliere di agrumi, giuochi di mortelle e di bosso, da cafè sorti come luoghi di riposo e divertimento nella zona in prossimità del Casino del barone Zezza. Alle suggestioni pittoresche dei giardini si univa dunque il carattere giocoso delle giostre, che trasformarono il parco in un luogo di grande spettacolo. Il parco, come l'intero immobile, ha subito una fase di notevole degrado, che ha accomunato la storia di quasi tutte le ville vesuviane. Solo di recente, dal maggio 1994, grazie alle iniziative dell'Ente per le Ville Vesuviane, è stato possibile recuperare la parte inferiore del parco, tagliato nell'800 dalla linea ferroviaria e più di recente da una strada di passaggio, che ha inferto una ulteriore ferita al complesso settecentesco. L'Ente ha ripristinato gli originari percorsi, ha provveduto a piantare il Quercus Ilex, la Tamarix Gallica e il Laurus Nobilis. Inoltre l'Ente segue tuttora i lavori per l'approdo marittimo, secondo un progetto di integrazione dei percorsi artistico-culturali nell'area vesuviana, in cui il visitatore può scorgere le deliziose ville settecentesche a bordo di una motonave o lungo il tratto di strada, denominato "Miglio d'Oro" per lo splendore che lo caratterizza.